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Trajes de luces

popolare 

Posted 7 mesi ago by Associazione Giuseppe Ajmone

Nella Spagna della tradizione con Trajes de luces o “abito di luce” s’intende il vestito che indossa il torero per la corrida: con gli alamari dorati, i ricami sfavillanti, le decorazioni che impreziosiscono la giacca e il fianco dei pantaloni come fossero un gioiello. “El toreo es la riqueza poética y vital mayor de España” ha scritto Federico García Lorca. Con quell’abito il valoroso matador, prima di scendere nell’arena e dar vita a quello spettacolo di adrenalina e di morte, prega per la sua vita, s’inchina al volere del fato, raccoglie gli onori o viene sepolto. Ajmone ne dà una versione tutta sua. Non pensa all’abito, ma al luccicore delle sue mostrine, ai colori caleidoscopici dell’arena, al sangue che si mescola alla polvere, alle pagine dei poeti. Il risultato è una superficie striata, costruita con pennellate verticali e oblique, con segni che solcano lo spazio in un intrico di linee nelle quali riversa tutta la tensione e la magia dello spettacolo, oltre che l’emozione che resta di quel ricordo assaporato dai libri più che dalla realtà. Il dipinto appartiene alla stagione informale, a quella serie di opere che Ajmone realizza in sintonia con Romiti, Birolli, Carmassi, Morlotti, Chighine. Per Ajmone, però, l’Informale resta solo un fatto di stesure, un gesto della mano che, sporca di colore, si muove sulla tela. Egli non si distaccherà mai dal reale: dietro a quelle macchie, alle striature e al groviglio di segni che attraversano con forza lo spazio c’è sempre il paesaggio, la natura, gli alberi, i campi di grano, i fiori, i cespugli. Quadri che, come racconta l’artista: “Erano realizzati anche di getto; partivo da una traccia, un abbozzo, una prima stesura insomma, abbastanza rapida e realizzata con le mani, con le dita immerse nel colore, con stracci, spatole e altre cose del genere. Su questo impianto costruivo in un secondo tempo un’atmosfera più lirica che muovesse l’insieme. Io pensavo sempre di far correre queste trame vegetali come scorrono le vene nella pelle che si vedono e si sentono, ma di cui non è ben chiaro lo schema”.1   _____ 1 G. Ajmone, in Bonini 1984, p. 17.

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Ritratto di vecchia

popolare 

Posted 10 mesi ago by Nicola Sisti Ajmone

Per quanto riguarda i dipinti con figure, degli anni di Brera si conoscono Nudo sulla sedia, datato 1943, e Ritratto di vecchia del 1944. In entrambi i casi i corpi sono come blocchi calcarei e geometrici, sbozzati a colpi di volumi più che di pennello. I contorni sono duri e il colore sembra stratificarsi sulla superficie come se si generasse da sedimentazioni millenarie. Gli impasti spessi e ostici di questa prima maniera tolgono alle figure grazia e umanità. I perimetri, serrati e legnosi, sono drastiche sintesi di corpi che si sono scarnificati e induriti fino all’anima. Non ci sono armi e nemmeno macerie, ma in quelle forme asserragliate si sente tutto il dolore della guerra appena conclusa, ma non certo dimenticata. (Lorella Giudici)

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Posted 10 mesi ago by Associazione Giuseppe Ajmone

Il dipinto nasce dopo la lettura dell’elegia scritta nel 1935 da Garcia Lorca, allora autore all’Indice, per Ignacio Sánchez Mejías (Siviglia 1891 - Madrid 1934), un celebrato torero spagnolo, ma dai molteplici interessi: scrittore di opere teatrali, attore di cinema, giocatore di polo. Mejías morì per una cornata di un toro nella plaza di Manzanares ed entrò nel mito. Per quanto riguarda Lorca, invece, “non è che uno lo leggesse perché era proibito - confessa l’artista -, bensì perché entusiasmava”(1). Come sempre, Ajmone non illustra il testo, ma ne raccoglie le suggestioni. Il corpo del torero giace nella parte più bassa del dipinto, un abito corvino e informe ne cancella la sagoma. Sopra di lui quattro donne dalle membra appuntite e ossute si disperano per la perdita, mentre su di loro incombe un cielo plumbeo che come una cappa comprime sulle loro teste. Per evitare di essere schiacciate, esse alzano le braccia e lo sostengono come fosse una coperta. Lo sfondo raccoglie la terra bruna e le tracce del toro, mentre a sinistra spunta la forma di uno strumento musicale per ricordare che Ossa e flauti suonavano nelle sue orecchie. Ma è nel colore che Ajmone fa maggiormente risuonare i versi: L’ossido seminò cristallo e nichel … Le campane d’arsenico e il fumo. Grigi velenosi e bianchi vitrei, rossi cupi e ferrosi, neri di pegola, sono toni che il pittore “ruba” ai versi, ma che in quegli anni appartengono anche alle sue nature morte. Dunque, è da una sintonia d’intenti e di animo che scaturisce l’incontro con Lorca. Fagone parla di “un’opera costruita secondo una vibrazione espressionistica - che fu cara ai pittori di Corrente - avvolgente e drammatica, con una risentita partecipazione in cui è chiara la suggestione del «lamento» lorchiano”(2). Tassi rileva invece “una forza morale, giovanilmente risentita” e il suo impianto “drammatico e arduo di forma” si accompagnano a “una sensibilità cromatica sottile, raffinata e pur solida […] ad accordi meditati di bruni, di neri, di bianchi, della serie variegata dei grigi”(3). È comunque una scena apocalittica, non lontana da quelle che la guerra aveva lasciato dietro di sé e non tanto diversa da quelle che le immagini dei campi di concentramento avrebbero purtroppo mostrato. Sono tematiche che riaffioreranno nella pittura di Ajmone, seppure con accenti diversi. È anche uno dei primi approcci con la Spagna, una terra che l’artista imparerà ad amare e a conoscere nel corso di alcuni viaggi che gli faranno scoprire i grandi maestri dell’arte iberica: da Velasquez a El Greco, da Goya a Tàpies. (Lorella Giudici)   _____ 1 G. Ajmone, in Bonini 1984, p. 8. 2 Fagone 1971, p. 10. 3 Tassi 1976, p. XV.

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