natura morta

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La gabbia e i pesci

popolare 

Posted 6 mesi ago by Associazione Giuseppe Ajmone

La gamma cromatica molto raffinata, con passaggi di rosa salmone, verdi agata e grigi perlacei, rende l’atmosfera di questo quadro classica e moderna a un tempo. Classica perché rimanda alle cromie rinascimentali, a quelle opere che Funi e Carrà utilizzavano come elementi di paragone durante le loro lezioni o agli affreschi del Foppa nella Cappella Portinari in Sant’Eustorgio, che Ajmone conosceva molto bene. Moderna perché il colore si asciuga in superfici caliginose e rifugge da trasparenze troppo remote e troppo naturalistiche. Anche le forme sono sintetizzate in linee dalle geometrie elementari che irrigidiscono i contorni. La struttura delle cose e la loro posizione nello spazio è frutto di quegli studi che Ajmone aveva condotto sulla pittura di Braque, è la conseguenza del tentativo di oltrepassare Guernica, ma è anche molto simile alle coeve composizioni degli amici, anzi lui li ha chiamati “fratelli”: Cassinari, Morlotti e Guttuso.1 Il piatto e con esso i pesci si ribaltano verso lo spettatore e si reggono grazie al pesce verde che, ponendosi in verticale, funge da cardine, mentre la gabbia si lascia spezzare pur di non risultare troppo statica e troppo convenzionale. Gli elementi appaiono instabili e in equilibrio precario, nemmeno le proporzioni sono reali e fanno sembrare il tutto come una sorta di grande teca dei cimeli.   _____ 1 G. Ajmone, in D. Astrologo, Conversazioni informali a tre voci, in A. Montrasio, F. Montrasio, Giuseppe Ajmone, catalogo della mostra, Galleria Montrasio Arte, Monza, ottobre 2004, p. 6.

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Posted 6 mesi ago by Associazione Giuseppe Ajmone

Tre semplici oggetti: una caraffa, un portafrutta e un piatto. Pochi colori: la gamma dei blu, il nero, il marrone, il grigio e il bianco. I blu sono luminosi e intensi, come quelli di Matisse e di Casorati e come quelli che si vedono ad esempio nelle belle vetrate del Duomo di Milano o nei mosaici bizantini. Ajmone ha dipinto una natura morta come fosse un collage, dove i riquadri colorati si alternano alle sagome degli oggetti, appiattiti e ridotti a una dimensione, paiono essere stati ritagliati nella carta. La composizione è un’alchimia di forme in cui luci e ombre si alternano per formare pieni e vuoti. I frutti nel piatto e sull’alzata sono stati trasformati in piccole biglie nere e dal perimetro irregolare. L’immobilità e il silenzio conferiscono al dipinto un’atmosfera quasi sacrale. L’artista ha esposto il quadro alla XXVI Biennale di Venezia del 1952 con altre quattro opere: Il piatto giallo (1951) della collezione Emilio Jesi; due natura morte del 1952 e una Composizione in verde (1952) della collezione Giovanni Stoppani di Novara.1 Per Ajmone era già alla sua terza presenza alla Biennale (la prima risaliva al 1948 e la seconda al 1950) e aveva condiviso la sala (la numero XIV) con le sculture di Viani e i dipinti di Radice, Montanarini, Panciera, Cherchi, Romiti, Deluigi e altri. Le sue numerose partecipazioni veneziane culmineranno nel 1962 con una bella personale, introdotta da un testo in catalogo di Franco Russoli. _____ 1 Cfr. catalogo della XXVI Biennale di Venezia, Alfieri Editore, Venezia 1952, p. 109. Ringrazio Elisabetta Staudacher, responsabile dell’Archivio del Museo della Permanente di Milano per la preziosa collaborazione.

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