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Il manifesto del realismo – Oltre Guernica

Il Manifesto del realismo di pittori e scultori, conosciuto anche come Oltre Guernica, pubblicato sulle pagine diNumero del marzo 1946.

Milano, febbraio 1946.
Un gruppo di artisti (Ajmone, Bergolli, Bonfante, Dova, Morlotti, Paganin, Peverelli, Tavernari, Testori, Vedova) firma un manifesto programmatico – meglio conosciuto come Oltre Guernica – che viene pubblicato sulle pagine del periodico mensile di arte e letteratura Numero (anno II, numero 2) del marzo del medesimo anno.
Sulle stesse pagine ogni artista ha fatto poi seguire, come chiosa al Manifesto, una propria dichiarazione di poetica. Riportiamo in calce quella di Ajmone: “Che cosa ci rimane?”.

 

Manifesto del realismo di pittori e scultori

 

1. – Dipingere e scolpire è per noi atto di partecipazione alla totale realtà degli uomini, in un luogo e in un tempo determinato, realtà che è contemporaneità e che nel suo susseguirsi è storia.
Consideriamo pertanto esaurita la funzione positiva dell’individualismo e ne neghiamo gli aspetti, in cui si è corrotto (evasione, sensibilismo, intuizione).
2. – La realtà esiste obbiettivamente; di essa fa parte anche l’uomo.
3. – In arte, la realtà non è il reale, non è la visibilità, ma la cosciente emozione del reale divenuta organismo. Mediante questo processo l’opera d’arte acquista la necessaria autonomia.
Realismo non vuol dire quindi naturalismo o verismo o espressionismo, ma il reale concretizzato dell’uno, quando determina, partecipa, coincide ed equivale con il reale degli altri, quando diventa, insomma, misura comune rispetto alla realtà stessa.
4. – Questa misura comune non sottintende una comune sottomissione a canoni prestabiliti, cioè una nuova accademia, ma l’elaborazione in comune di identiche premesse formali.
5. – Queste premesse formali ci sono state fornite, in pittura, dal processo che da Cézanne va al fauvismo(ritrovamento dell’origine del colore) e al cubismo (ritrovamento dell’origine strutturale).
I mezzi espressivi sono dunque: linea e piano, anziché modulato e modellato; ragioni del quadro e ritmo, anziché prospettiva e spazio prospettico; colore in sé, nelle sue leggi e nelle sue prerogative, anziché tono, ambiente, atmosfera.
La scultura non ha avuto un processo parallelo: chiusi con Michelangelo i cicli delle grandi civiltà, essa ha tuttavia continuato, estenuando i caratteri peculiari, fino all’impressionismo (Medardo Rosso) che segna l’estrema contraddizione con se stessa. Oggi affermiamo che i suoi mezzi espressivi sono: costruzione e architettura dei volumi nello spazio, costruzione e architettura che determinano il peso.
6. – Affermiamo inoltre che il ruolo delle gallerie è esaurito, perché esse hanno ragioni puramente mercantili e costringono e legano l’arte in una ristretta determinata categoria. La realtà che noi dobbiamo esprimere interessa tutti gli uomini e chiede quindi di essere concretizzata con tutti i mezzi adeguati.
Questi mezzi sono oggi, come erano ieri per le grandi civiltà egiziana, greca e medioevale, le pareti e i blocchi di pietra, o anche il semplice quadro e la semplice scultura, purché partecipi di un ampio organismo che rientri nella comune attività e nei comuni bisogni.
Necessariamente la nuova realtà farà stabilire fra architetti, pittori e scultori quel piano d’intesa che ci permetterà di creare un equivalente figurativo, pari ai templi per i greci e alle cattedrali per i cristiani.

Milano, febbraio 1946

Giuseppe Ajmone, Rinaldo Bergolli, Egidio Bonfante, Gianni Dova, Ennio Morlotti, Giovanni Paganin, Cesare Peverelli, Vittorio Tavernari, Gianni Testori, Emilio Vedova

 

 

Che cosa ci rimane?

di Giuseppe Ajmone

 

Abbiamo dietro le spalle una pittura che si è sforzata di inventare una grammatica astratta ed ha perseverato nella ricerca dell’isolamento dell’individuo.
Ora noi constatiamo, a contatto del lavoro, che dall’isolamento non possiamo aspettare quello che cerchiamo e sentiamo che siamo soli con le nostre pene e le nostre gioie.
Nuovi di fronte ad un mondo che ci sforziamo di guardare con occhi puri.
E’ difficile dire se riusciremo ad identificarci e a riconoscerci in questo nuovo mondo che ci aspetta. Non ci sentiamo il coraggio o non abbiamo le pretesa di parlare in nome di una civiltà, neppure se tentiamo disperatamente ad una storia che è stata interrotta. L’interruzione è stata forte e noi siamo le vittime di questa interruzione.
Che cosa ci rimane?
Non la scoperta o una seconda fase di grammatica astratta.
Ci rimane modestamente quello che rimane a tutti gli uomini; senza retoriche, ci rimane la vita e accanto a questa una pittura senza scienza e senza penombra.
Una cosa è certa: se qualcuno, riesce oggi ad azzeccare la impostazione esatta del problema nei suoi termini elementari ed essenziali arriva alla pittura più vera.
Giotto può aiutare.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Numero periodico mensile di arte e letteratura, anno II n. 2, Novara, marzo 1946.

19 marzo 2020
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